Psicoterapia Torino, Sanremo, Montecarlo

Non si può insegnare niente ad un uomo, si può solo aiutarlo a trovare la risposta dentro di sé.
(Galileo Galilei)

Dott.ssa Marina Viglino

Psicologo e Psicoterapeuta Psicoanalitica, si occupa di Sessuologia clinica.

    A Torino riceve in Largo Orbassano, 64
    A Sanremo riceve in Piazza Borea d’Olmo, 33
    Riceve anche a Montecarlo (Costa Azzurra)
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LA PSICOTERAPIA

Che cosa succede tra paziente e terapeuta, anzi tra quel paziente e quel terapeuta, perché quel processo possa dirsi effettivamente terapeutico?

Da una parte abbiamo il paziente, quale che sia la parola con cui lo si voglia indicare (cliente, utente, committente) portatore di una domanda di terapia e, ovviamente, di una sofferenza tanto forte da averlo spinto a fare questa domanda.

Dall’altra abbiamo lo psicoterapeuta, qualunque sia il suo indirizzo (cognitivista, transazionale, sistemico, ecc.) portatore di una promessa di terapia, il fatidico “io ti salverò“, ovverosia “sono in grado di ridurre, e magari anche, eliminare la tua sofferenza“.

Come?

LA PSICOTERAPIA: IN CHE MODO?

Non già attraverso oggetti fisici – i farmaci – palpabili, misurabili, concreti… né interventi fisici sul corpo, come farebbe il medico ma attraverso mezzi psichici, primo fra tutti la parola.

La tua parola, la mia parola, le nostre parole….

Posso aiutarti a ridurre o eliminare la tua sofferenza soltanto mettendomi in comunicazione con te.

Magia? Ma no, qualcosa di molto più semplice.

Partiamo dal presupposto che tu, come qualunque altro essere umano, ritrovatosi gettato in questo mondo, hai appreso a starci, ovvero ad adattartici sulla base delle esperienze che ti è toccato di fare.

Per esempio quando tuo padre – sei tu oggi a comunicarmelo – ti picchiava, e tu non capivi perché (ma intanto avevi capito che se ti ammalavi lui diventava più buono) così strutturando i primi apprendimenti su come era fatto il mondo – il tuo mondo – e cominciare a pensare come fare a continuare a starci al meglio, ovverosia come comportarti per riuscire a soffrire il meno possibile.

Dai primi apprendimenti, ai secondi, e così via per tutto il corso della tua vita e della tua malattia.

Poi arriva l’oggi, il qui ed ora, tra me e te, il momento del nostro incontro in cui mi porti la tua domanda e mi chiedi di aiutarti a… “non lo sai bene in verità“, di certo sai che stai male.

Cosa vuoi dirmi quando mi dici che stai male?

Che cosa vuoi comunicarmi?

Forse quello che provi? O quello che pensi?

Oh, non è facile da spiegare tanto più che le spiegazioni che ti sei dato fino ad oggi non ti sono servite a granché in quanto a riuscire a stare meno male.

Mi dichiari che “non sai più cosa fare per…” e implicitamente mi chiedi che sia io a suggerirtelo, anzi me lo chiedi esplicitamente, “che cosa devo fare?

Già, che cosa?

Parliamone.

Se è vero che si apprende dall’esperienza, perché il processo comunicativo possa dirsi terapeutico bisogna che il terapeuta si ponga per il paziente come un’opportunità di fare un’esperienza altra rispetto a quella (o quelle) che lo portarono ad imparare a stare al mondo….

male, troppo per potere, come si suol dire, andare avanti così.

Dire un’esperienza altra è come dire un’esperienza tale da permettere di imparare qualcos’altro rispetto a quello che è stato imparato fino ad oggi ai vari livelli sui quali ognuno di noi si dibatte per stare al mondo: quello cognitivo (io penso così perché), quello emotivo (sento che… provo questo perché…) e quello comportamentale (faccio così perché…non faccio così perché…).

Per riuscire a trasformarsi per il suo paziente nell’opportunità di cui sopra, il terapeuta deve comunicare al paziente quello che non gli è mai stato comunicato, o non abbastanza, o non in modo sufficientemente chiaro.

Prima di tutto che può sentirsi compreso come non lo fu quando, per esempio, suo padre lo picchiava e lui non sapeva perché.

Lo psicoterapeuta è lì apposta per comprenderlo e riconoscerlo quale soggetto contribuente al farsi della loro relazione, in grado di comprenderlo a sua volta quando cercherà di restituirgli quello che ha capito di lui: interpretando (è come se…); domandando (cosa sentivi quando lui minacciava di picchiarti? Dolore? Paura?); commentando (tu eri molto piccolo, e lui molto grande ai tuoi occhi…) e ancora domandando (che ruolo ha oggi la paura nella tua vita?).

Facciamo un esempio: che cos’è un ricordo rispetto ad un ginocchio visibilmente gonfio suscettibile di essere toccato, palpeggiato, radiografato?

Quel ginocchio è oggetto nel vero senso del termine.

Se ne può parlare con la certezza che si sta parlando di qualcosa di concreto… qualcosa di oggettivo… “res extensa”.

Quel ricordo no.

Non potrà mai assumere la dignità di oggetto, è uno pseudo oggetto.

Forse potremmo definirlo un “inter- soggetto” nella misura in cui si costituisce, acquista senso e consistenza solo all’interno di un “comunicare tra soggetti“, quei due, paziente e terapeuta che si comunicano…

uno che ascolta, l’altro che chiede, uno che chiede, l’altro che ascolta.

Nella misura in cui uno risponde all’altro qualcosa.

Qualcosa che abbia un senso. Non un senso qualsiasi (tutto ha un senso qualsiasi) ma un senso tale da portare un cambiamento significativo nel discorso con cui l’altro racconta di sé.

“Ero certo che tutto andasse a meraviglia tra noi due fino a quando… all’improvviso non mi ha lasciato.

È partita così…. senza preavviso….senza senso….

E ora io sto male, malissimo, non capisco più niente, non capisco più che cosa devo fare”.

Di che cosa si sta parlando?

Di una certezza? (la certezza che tutto andasse a meraviglia fino a quando…)

Che cosa intende dire quella persona quando dice certezza? A quali emozioni, ricordi, fatti, vissuti, si riferisce?

O si sta parlando di un abbandono?

O di quello che la persona in questione ha vissuto, definito, interpretato come abbandono?

Magari si arriverà poi a dire che fu lui (o lei) o anche lui (o lei) a provocare l’abbandono dell’altro.

LA RELAZIONE PSICOTERAPEUTICA

La relazione terapeutica si costituisce all’interno di un processo comunicativo caratterizzato da una speciale mancanza: Manca l’oggetto della comunicazione, quello di cui si parla, di cui si tratta, quello a cui si accenna, quello che si cerca di… comprendere.

Attraverso il crearsi tra paziente e terapeuta di una esperienza (esperienza di conoscenza di sé, esperienza di comprensione o nuova comprensione di sé e degli altri) tale da correggere gli effetti di altre esperienze occorse nella sua vita.

Si tratta dunque di un processo in cui la comprensione reciproca – il comprendersi – si pone come preliminare “conditio sine qua non” per comprendere…. il problema che motiva la domanda di terapia, la cosa da risolvere, il cosa fare per, il come fare a….

È un’esperienza che cura l’esperienza.

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